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Accertamento uso improprio del PC aziendale: il possibile ruolo dell’investigatore

Alcuni recenti orientamenti della Cassazione in materia di legittimo licenziamento di un dipendente che utilizza in maniera non appropriata la strumentazione informatica fornitagli dall’azienda, hanno aperto nuovi possibili scenari di indagine per la figura dell’investigatore privato il quale potrà quindi essere chiamato a fornire un adeguato supporto probatorio al datore di lavoro che intende procedere in tal senso nei confronti del dipendente.

La Corte di Cassazione, 01 febbraio 2019, n. 3133 ha ritenuto legittimo il licenziamento di una segretaria sulla base dell’accertamento delle ore trascorse da quest’ultima nei social network durante l’orario di lavoro.

Ancora prima, un’altra vicenda consimile giunta sino alla Suprema Corte, (decisa con sentenza n. 13266/18) vedeva ancora una volta legittimato il licenziamento di un lavoratore che utilizzava per fini ludici il computer messogli a disposizione dall’azienda. Ancora una volta, l’analisi dei dati contenuti nel supporto informatico si è rilevata essenziale per la determinazione della vicenda.

In tutti i casi di cui sopra, in sintesi, la Suprema Corte ha ritenuto legittimi i casi in cui il datore di lavoro ponga in essere indagini dirette ad accertare “comportamenti del prestatore illeciti e lesivi del patrimonio e dell’immagine aziendale”.
Suddette indagini, che potrebbero quindi essere delegate ad un investigatore privato, devono comunque avvenire nell’ambito dei seguenti presupposti:
  • L’indagine deve essere eseguita su dispositivi informatici aziendali concessi in dotazione al dipendente. Non possono invece essere svolte in nessun caso indagini nei dispositivi personali di quest’ultimo.
  • L’indagine deve essere eseguita ex post, ovvero dovrà avere ad oggetto l’accertamento di condotte già consumate e non consistere in un monitoraggio in tempo reale e continuativo delle attività del dipendente.
  • il lavoratore deve essere preliminarmente informato della possibilità di controllo da parte del datore del dispositivo informatico messo nella sua disponibilità.

Il controllo deve essere necessario e proporzionato rispetto al fine per il quale viene richiesto.

Per quanto riguarda le metodologie da utilizzare per espletare concretamente l’indagine, l’investigatore avrà a disposizione tutte le best practices relative al settore dell’informatica forense investigativa: si veda in tal senso lo standard internazionale “ISO 27037” contenente linee guida per l’identificazione, la raccolta, l’acquisizione, la conservazione e il trasporto di evidenze digitali. Trattasi di norme condivise tra esperti del settore informatico, forze dell’ordine e consulenti tecnici che vengono ormai sempre più spesso chiamati a raccogliere le cd. “prove digitali” nell’ambito di processi penali, la cui applicabilità può essere estesa anche ad altri settori del diritto, come nel caso di specie, alle controversie di lavoro.

L’investigatore dovrà quindi procedere in primis a creare un’immagine forense o un clone dell’hard disk del computer da sottoporre ad indagine, utilizzando strumenti certificati dalla comunità scientifica, al fine di rendere difficilmente contestabile le risultanze presentate in un eventuale contenzioso con il dipendente licenziato.
Le “prove” dell’illecito commesso dal dipendente andranno quindi acquisite dalle suddette immagini forensi o cloni mentre l’hard disk originale dovrà rimanere inalterato, in modo da garantire la ripetibilità dell’accertamento in giudizio qualora la controparte decida di contestare l’esito ottenuto svolgendo a sua volta un’indagine peritale di parte.